Un baglio, una memoria millenaria e un Perpetuo sguardo al futuro
Ci sono luoghi che custodiscono storie profonde. In questo baglio, affacciato sul Mediterraneo, ogni pietra racconta un passato che continua a vivere nel presente. E' qui che nasce un progetto che unisce recupero, ricerca e visione. Al centro, il vino perpetuo: non solo tradizione, ma anima viva della cantina e simbolo di una cultura millenaria che guarda al futuro.
La vostra azienda nasce dal recupero di un baglio ottocentesco con una storia importante: cosa vi ha spinto a intraprendere questo progetto e cosa rappresenta oggi per voi questo luogo?
Il recupero di un baglio è un atto di grande responsabilità. Quando ci si trova davanti a una struttura con una forte identità storica, bisgona ascoltare, rispettare e comprendere. L'idea di questo progetto nasce da lontano, dai miei viaggi intorno al mondo. Ricordo in particolare l'esperienza in California: lì il vino non era solo prodotto, ma racconto, paesaggio, identità. In Sicilia, nonostante avessimo una storia straordinaria, tutto questo veniva poco valorizzato. E' stato in quel momento che ho capito che, se un giorno avessi fatto qualcosa di mio, non avrei costruito da zero: avrei recuperato.
Quando ho acquistato il baglio, all'inizio degli anni Duemila, era un rudere abbandonato da oltre due secoli. Un luogo che avevo conosciuto da bambino, utilizzato a quel tempo come ricovero per gli animali. Eppure, già allora vedevo altro: immaginavo persone al posto delle capre, con un calice in mano. Era un sogno, e come tale richiedeva una buona dose di coraggio e anche un pizzico di follia.
Oggi questo luogo è diventato ciò che avevo immaginato: un wine resort, ma soprattuto un luogo di memoria e cultura. Qui racconto un territorio, un paesaggio, un'identità mediterranea. Siamo su un altopiano che guarda lo Stagnone e l'isola di Mozia. Qui la vite è sempre esistita, io mi sento un custode, un erede che ha dato nuova voce a una storia antichissima.
Il baglio era un tempo legato alla Famiglia Florio: quanto è ancora presente questa eredità nella vostra identità?
La Famiglia Florio è stata fondamentale, ma rappresenta solo una parte della storia di questo luogo. Il baglio esisteva già prima, nasce come Torre saracena nel Cinquecento e diventa nel tempo un centro di vita contadina, un luogo di comunità. I Florio arrivano alla fine dell'Ottocento con l'esigenza di creare poli produttivi legati al Marsala.
Oggi porto avanti questa eredità con rispetto, cercando di recuperare lo spirito originario del baglio: un luogo dove si produce, si ricorda e si condivide.
Avete condotto un lavoro di ricerca sulle antiche varietà dell'area occidentale della Sicilia: come è iniziato questo percorso?
Il mio percorso nasce da una domanda: "Da dove provengo?" Ho sempre avuto il desiderio di capire le mie radici e questo mi ha portato anche a studiare il patrimonio viticolo del territorio. Grazie alla collaborazione di studiosi come Attilio Scienza e Rocco Di Stefano, ho avviato un progetto di ricerca sulla biodiversità viticola siciliana: un'esperienza straordinaria.
Questo lavoro mi ha dato una consapevolezza profonda: la ricchezza del nostro patrimonio sta nella diversità. Per questo, ho scelto di lavorare con selezioni policlonali, evitando l'omologazione. Replicare sempre lo stesso individuo significa perdere l'identità; mantenere la biodiversità, invece, significa garantire evoluzione e resistenza.
Quali sono le varietà autoctone che avete deciso di recuperare e valorizzare?
Non ho mai voluto "costruire" qualcosa di nuovo: ho preferito mantenere e rispettare ciò che già esisteva. Grillo, Zibibbo, Perricone e Nero d'Avola sono le varietà che ho trovato e continuo a valorizzare.
Allo stesso tempo, il mio concetto di indentità non è limitato ai confini geografici della Sicilia. Per me è un concetto più ampio, legato alla mediterraneità: clima, suolo, cultura. Per questo sto esplorando anche altre varietà del Mediterraneo, come Caricante o Assyrtiko, insieme a vitigni reliquia come Vitrarolo, Orisi, e Lucignola.
Queste scelte guardano al futuro: vini con meno alcol, più freschezza, maggiore equilibrio. E' una ricerca continua, che tiene insieme tradizione e innovazione.
Il vino perpetuo è una tradizione affascinante e meno conosciuta: come lo descrivereste a chi non ne ha mai sentito parlare?
Per me il vino perpetuo non è semplicemente una tradizione, è l'anima stessa del baglio. L'ho scoperto all'inizio della mia carriera, entrando nelle case dei contadini. Lì ho trovato qualcosa di straordinario: botti di "vino vecchio", tramandato di generazione in generazione. Non era un vino destinato al mercato, ma alla famiglia. Ogni anno veniva aggiunto un vino nuovo, permettendo alla botte di rimanere viva nel tempo.
Ho capito che quel metodo aveva radici antichissime. Non apperteneva solo alla Sicilia, ma a tutto il Mediterraneo. E' un modo di fare vino che probabilmente esisteva già prima dei Fenici: un sapere tramandato, fatto di gesti più che di regole scritte.
Negli anni, seguendo il mio istinto, ho iniziato a salvare queste botti, una dopo l'altra, quando le piccole cantine venivano chiuse. Le ho custodite, anche quando non avevo ancora una mia cantina. E' stato un gesto istintivo.
Oggi quella collezione rappresenta un patrimonio straordinario, è una memoria liquida, la mia cartolina del Mediterraneo.
Quali sono le sfide nel produrre vino perpetuo oggi?
La sfida principale è il tempo. Per produrre vino perpetuo servono almeno 60 anni: 30 per far crescere viti mature e altri 30 per costruire il vino.
Secondo le logiche del mercato, dal punto di vista economico non è sostenibile. Ma il mio obiettivo non è quello, io voglio dare un futuro a questa tradizione.
Quando i miei vigneti raggiungeranno la maturità, inizierò a produrre nuovo perpetuo. Una parte della collezione verrà condivisa, ma sempre mantenendo viva la continuità. Perchè il Perpetuo non si produce, si tramanda.
La vostra realtà unisce produzione agricola e ospitalità: in che modo questa doppia anima contribuisce a trasmettere la cultura del vino e del territorio ai visitatori?
In realtà, non vedo due anime. Per me è un'unica anima. Il vino non può essere compreso fino in fondo se non viene vissuto nel luogo in cui nasce. Qui, al baglio, tutto contribuisce al racconto: le pietre, la luce, il paesaggio, il silenzio.
L'esperienza diventa parte del vino stesso. Quando una persona assaggia una bottiglia dopo essere stata qui, non beve solo un vino: rivive un momento, un'emozione, un ricordo.
E' questo che cerco di trasmettere. Non un prodotto, ma una storia.


